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L'attività di controllo di Hera

Affermare che l'acqua è buona da bere significa garantirne la qualità e la salubrità per il consumo nel massimo rispetto dei requisiti normativi. Piani di controllo delle acque sono perciò definiti sia dal gestore sia dai Dipartimenti di Sanità Pubblica delle Aziende Usl.

La gestione di Hera garantisce un'acqua sicura e buona da bere

Hera gestisce il sistema idrico garantendo ai propri clienti un'acqua buona da bere, nel rispetto dei requisiti normativi, con una sorveglianza costante realizzata attraverso la pianificazione di controlli mirati su tutta la filiera di produzione dell'acqua potabile che va dalle fonti di approvvigionamento alla distribuzione.

L'accertamento della qualità dell'acqua prelevata e distribuita comporta un'attività di monitoraggio e controllo che viene effettuata secondo modalità applicate su tutti gli acquedotti gestiti. Più in particolare, annualmente viene stilato il Piano di Controllo Analitico del Servizio Idrico Integrato. Tale documento ha l'obiettivo di garantire la conformità legislativa e assicurare un elevato standard qualitativo del prodotto. Nel Piano sono documentati:

  • i punti di campionamento da sottoporre al controllo sulle filiere di trattamento e sulle reti distributive;
  • parametri analitici oggetto di monitoraggio;
  • la frequenza di analisi.
Il controllo della qualità dell'acqua non si misura solo con il numero di analisi effettuate ma anche con la scelta dei parametri da monitorare

La scelta dei parametri analitici e le relative frequenze risente anche della necessità di tenere sotto controllo eventuali criticità evidenziate e documentate dalle serie storiche dei dati.

I criteri di elaborazione del Piano prediligono l'ottenimento di dati di qualità, in termini di significatività, anziché l'esaustività delle rilevazioni. Infatti, pur prevedendo una base di controllo omogenea per tutto il territorio servito, il Piano è concepito ad-hoc per rispondere a particolari esigenze impiantistiche o a specifiche necessità di monitoraggio emerse dall'analisi delle serie storiche dei dati. Tali criteri sono conformi alle più recenti linee guida pubblicate in Italia secondo cui:

  • ai fini della sorveglianza routinaria dei requisiti di qualità delle acque, un numero elevato di controlli mirato solo ad alcuni parametri ha talora molto più significato rispetto all'esecuzione di pochi controlli volti al rilevamento di numerosi parametri, spesso non giustificati dalla storia della fonte di approvvigionamento;
  • è preferibile privilegiare il controllo più frequente dei parametri più significativi nei punti più significativi, piuttosto che il controllo meno frequente di un maggior numero di parametri in tutti i punti di prelievo, basando quindi la programmazione su un'attenta valutazione delle serie analitiche storiche;
  • il piano si ispira già ai criteri di valutazione dei rischi (Water Safety Plans), in accordo con i contenuti della direttiva della Commissione UE n. 2015/1787 che ne prevede l'applicazione.
Le modalità di controllo e l'attività di monitoraggio sono applicate in tutti gli acquedotti gestiti

Il grado di sorveglianza sulle caratteristiche qualitative dell'acqua non va peraltro valutato sulla base della semplice quantificazione del numero di determinazioni effettuate, quanto piuttosto attraverso un'attenta e scrupolosa scelta dei parametri da monitorare, al fine di prevenire o ridurre al minimo il rischio di casi di non conformità. I principali criteri adottati per la redazione del Piano sono i seguenti:

  • il rispetto delle norme vigenti a livello comunitario, nazionale e locale;
  • il concetto di acquedotto come "impianto di produzione" di acqua destinata al consumo umano, cioè come un sistema produttivo unitario da gestire e controllare con un approccio integrato;
  • la piena consapevolezza del significato dei parametri analitici e della loro dinamica;
  • la preferenza per parametri di carattere generale (es. conducibilità) in grado di segnalare variazioni anomale della qualità dell'acqua che possono poi essere approfondite con ulteriori analisi;
  • la conoscenza del grado di vulnerabilità delle fonti idriche utilizzate;
  • l'esame dei dati analitici storici per verificare i parametri critici e il livello di rischio;
  • la conoscenza della rete distributiva nei termini di lunghezza e materiali a contatto con l'acqua potabile, nonché di presenza di serbatoi di accumulo e utenze particolari;
  • la conoscenza dei reagenti utilizzati nei processi di trattamento e in distribuzione.

Il prelievo dei campioni da sottoporre ad analisi è una fase particolarmente delicata nell'attività di controllo. Per quanto riguarda il prelievo di campioni destinati ad analisi microbiologiche, si adottano rigorose regole di asetticità per evitare contaminazioni di carattere secondario non imputabili alle reali caratteristiche qualitative dell'acqua.

Anche nei territori serviti da AcegasApsAmga il monitoraggio di tutti i processi è definito in appositi "Piani di Monitoraggio" territoriali (definiti in collaborazione con le aziende sanitarie locali competenti per territorio) che, tenendo conto delle criticità dei singoli sistemi, recepiscono quanto prescritto dalla normativa vigente definendo la pianificazione delle seguenti tipologie di analisi:

  • monitoraggio delle fonti di attingimento (pozzi, sorgenti, acque superficiali);
  • monitoraggio dei processi di potabilizzazione;
  • controlli di verifica, eseguiti direttamente nei siti di produzione, sollevamento e stoccaggio a servizio della rete di distribuzione;
  • controlli di routine eseguiti direttamente alle utenze finali nel territorio;
  • controlli di accertamento, effettuati a seguito della necessità di approfondire problematiche emerse dai controlli sopra citati o a seguito reclami di utenza;
  • controlli di controcampioni effettuati in occasione di analisi eseguite da parte di enti terzi;
  • ricerca e controllo di sostanze "non normate" (es. controlli inquinanti emergenti e analisi degli interferenti endocrini);
  • analisi di rispondenza alle prescrizioni di capitolato dei prodotti chimici utilizzati nella filiera di processo.
 

La normativa sui controlli delle acque potabili

La direttiva 98/83/CE e i decreti legislativi n. 31/2001 e n. 27/2002, attuativi della stessa, rappresentano le norme di riferimento per il controllo della qualità delle acque destinate al consumo umano. Essi prevedono che su tali acque vengano eseguiti due tipi di controllo analitico chimico-fisico e microbiologico:

  • controlli interni, di responsabilità del gestore;
  • controlli esterni, effettuati dalle Aziende Usl.

La normativa elenca i parametri da monitorare e a ognuno di essi attribuisce un "valore parametrico" che costituisce un valore limite, superato il quale occorre provvedere con adeguati interventi. I parametri da monitorare e di cui si chiede il rispetto della conformità sono inseriti nell'allegato I del D.Lgs. n. 31/2001. Per le parti A (parametri microbiologici) e B (parametri chimici) di tale allegato, in caso di non conformità al valore parametrico, viene proposto un percorso delineato dall'Azienda Usl (art. 10 del D.Lgs. n. 31/2001 successivamente modificato dal D.Lgs. n. 27/2002), che prevede il ripristino immediato della qualità dell'acqua da parte del gestore. La parte C dello stesso allegato I riporta invece una serie di parametri definiti "indicatori". Anche per tale gruppo di parametri sono definiti i valori di cui si richiede il rispetto, ma cambia tuttavia il percorso da intraprendere (art. 14 del D.Lgs. n. 31/2001 successivamente modificato dal D.Lgs. n. 27/2002). In questo caso la norma prevede che l'Agenzia Territoriale Regionale, sentito il parere dell'Azienda Usl in merito al possibile rischio per la salute umana, definisce gli interventi volti al ripristino della qualità dell'acqua, ma senza quel carattere di "emergenza" che è riservato ai parametri delle parti A e B.

Nell'ottobre del 2015, gli allegati II e III della Direttiva 98/83/CE sono stati modificati dalla Direttiva (UE) 2015/1787 che introduce la metodologia dei Water Safety Plans. In particolare, l'allegato II introduce un certo grado di flessibilità per lo svolgimento dei controlli, consentendone anche una minore frequenza se viene effettuata una valutazione e gestione del rischio, secondo le norme internazionali, quali la norma EN 15975-2 concernente la sicurezza dell'approvvigionamento dell'acqua e gli orientamenti dell'OMS (Piano per la sicurezza delle acque). A giugno 2017 è stato emanato il Decreto del Ministro della Salute di recepimento della Direttiva.

Inoltre nel 2016 è stato pubblicato il D. Lgs.28, attuazione della direttiva 2013/51 Euratom relativa alla caratterizzazione radiologica delle acque destinate al consumo umano. Secondo tale norma, che sostituisce il Dlgs.31/2001 per quanto riguarda i parametri radiologici, i gestori sono tenuti al controllo di sostanze radioattive mediante la rilevazione di una serie di parametri indicatori, di cui vengono riportati i relativi valori di parametro. Ad agosto è stato emanato il decreto del Ministero della Salute, elaborato in collaborazione con l'Istituto Superiore di Sanità con le indicazioni operative a carattere tecnico-scientifico. Il piano di controllo di Hera, in corso di applicazione, integra un percorso di confronto con Arpae Piacenza e Ausl per condividere modalità di prelievo e di analisi dei parametri radiochimici da determinare.

Tra le novità legislative si cita anche il Decreto Ministeriale 14 novembre 2016, emanato dal Ministero della Salute di concerto con il Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare. Tale provvedimento stabilisce, per le acque destinate al consumo umano, il nuovo limite per il parametro chimico cromo esavalente, pari a 10 µg/l.
Il Ministero della salute, con il D.M. 6 luglio 2017, ha prorogato al 31 dicembre 2018 la data di entrata in vigore del decreto del 14 novembre 2016, posticipandola al 31 dicembre 2019. Fino a quel momento, dunque, resta applicabile il parametro definito del D.L.vo 31/2001 per il parametro cromo totale.

Il Dlgs n.31/2001 prevedeva il valore limite di 50 µg/l per il parametro cromo, inteso però come cromo totale. Il cromo, infatti, in natura si trova principalmente in due forme: il cromo esavalente (cromo VI) e il cromo trivalente (cromo III). Il cromo trivalente è un oligonutriente essenziale, necessario per il corretto metabolismo degli zuccheri nel corpo umano. Il cromo esavalente, invece, è stato classificato cancerogeno e genotossico per l'uomo sulla base di studi epidemiologici che hanno dimostrato un'associazione tra esposizione per via inalatoria al cromo esavalente e cancro del polmone (fonte: onografia IARC - International Agency for Research on Cancer).

Gli studi sull'uomo derivanti dall'assunzione di acque potabili contaminate sono limitati e i conseguenti effetti ancora incerti, tuttavia, l'autorità europea per la sicurezza alimentare EFSA rileva un potenziale rischio di neoplasie associato all'esposizione di cromo esavalente nelle acque potabili, soprattutto per le fasce d'età più giovani (bambini fino a 10 anni) (fonte: Ministero della Salute).

Le serie storiche degli esiti analitici nelle acque potabili distribuite da Hera SpA evidenziano che nel periodo 2015-2018 il cromo totale non ha mai superato i 10 µg/l. Di conseguenza non si riscontrano rischi di superamento per il parametro cromo esavalente.