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Depurazione: Italia bocciata dall'Ue

Oltre 800 gruppi di comuni non hanno sistemi di raccolta e trattamento degli scarichi fognari conformi alle norme europee. Se il Paese non si adegua, si rischiano sanzioni oltre i 700 mila euro al giorno

 
Un impianto di depurazione a Rimini
Un impianto di depurazione a Rimini

Reti fognarie e sistemi depurativi in Italia: lacune e incuria da Nord e Sud
In tema di depurazione, l’Italia rischia sanzioni pesantissime da parte dell’Unione Europea. Il Paese, infatti, non si è adeguato in tempo alla Direttiva comunitaria 91/271, che impone agli stati membri di dotarsi di sistemi di raccolta delle acque reflue urbane e garantire opportuni trattamenti per rimuovere le sostanze inquinanti. Secondo i dati di Federutility, due italiani su 10 non dispongono di rete fognaria, tre su 10 sono senza depuratori e circa 9 milioni di cittadini, al Sud in particolare, hanno seri problemi di approvvigionamento idrico. Un quadro drammatico, su cui pende l’inadempienza alle direttive comunitarie sulla depurazione e fognature: le multe previste, infatti, possono arrivare fino a 700 milioni di euro l'anno.
In tutto il territorio nazionale sono 820 gli aggregati urbani, cioè i gruppi di comuni, sotto la lente dell’Ue per la mancata depurazione e per l'inquinamento di fiumi, mare e campagne. Sono oltre 100 le località bocciate dalla procedura di infrazione sulla depurazione, avviata nel 2009 e relativa agli agglomerati superiori ai 15 mila abitanti che scaricano in zone sensibili. Secondo i dati Istat elaborati da Legambiente, inoltre, sono 24 milioni gli abitanti che scaricano direttamente in mare o, indirettamente, attraverso fiumi e canali, utilizzati come vere e proprie fognature a causa di un mancato o inadeguato trattamento dei reflui fognari.
Tutto ciò ha determinato anche un pessimo impatto ambientale, visto che il 40% dei fiumi risulta gravemente inquinato. Un problema che riguarda sia i comuni costieri che quelli dell’entroterra, causato non solo dalla cronica carenza di impianti, ma anche dall’apporto del carico inquinante dei reflui non adeguatamente trattati dagli impianti esistenti, perché obsoleti o mal funzionanti.

L’Unione Europea mette al bando i comuni privi di adeguati sistemi depurativi
Le situazioni più critiche sono registrate al Sud. In Sicilia, per esempio, sono ben 57 i comuni condannati, pari al 52% del totale di quelli inadempienti. Tra questi, 27 hanno ricevuto la condanna più grave, perché non hanno a disposizione alcuna rete fognaria. Ma in tutta Italia, nessuna regione è indenne dalla mala depurazione: oltre alla Sicilia, quelle più in difficoltà, su cui l’Ue ha acceso un faro, sono Friuli Venezia Giulia, Liguria, Calabria, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia. La lista delle città, invece, dove la depurazione non funziona come dovrebbe comprende tra le altre Crotone, Agrigento, Palermo Benevento, Napoli est, Frascati, Lanciano, Muggia, Santa Margherita, Recco, Finale ligure, Imperia, Messina, Rapallo, Capri, Porto Cesareo, Giardini Naxos, Cefalù.

La Direttiva europea disattesa e le procedure d’infrazione contro l’Italia
Una delle disposizioni principali della Direttiva Ue prevede l'obbligo per gli insediamenti di costruire un sistema di raccolta delle acque reflue urbane combinato a un sistema di depurazione delle stesse. La procedura di infrazione 2004/2034, per città con oltre 15 mila abitanti, ha riaffermato la necessità per lo Stato italiano, di mettersi in regola al più presto e avviare le opere necessarie. La mancanza di idonei sistemi di raccolta e trattamento, previsti dalla Ue già dal 1998, comporta infatti rischi per la salute umana e per le acque di fiumi, laghi e mari.

La sentenza di condanna della Corte di Giustizia europea
Il 19 luglio 2012 la Corte Europea ha condannato l’Italia poiché una lista di oltre 150 agglomerati urbani sopra i 15 mila abitanti sono risultati inadempienti per la mancanza di un trattamento secondario delle acque reflue. Ciò significa che l’Italia, a partire dall’1 gennaio 2016, potrebbe dover sborsare da un minimo di 11.904 euro a un massimo di 714.240 euro, per ogni giorno di ritardo nell'adeguamento dei sistemi di raccolta e trattamento degli scarichi, a decorrere dalla pronuncia della sentenza emessa. Non solo, alla mora si dovrà aggiungere una multa sommaria forfettaria calcolata sulla base del Pil e persino la possibile sospensione dei finanziamenti Ue. A rischio condanna è circa un terzo del territorio nazionale. In caso di sentenza definitiva di condanna da parte della Corte di Giustizia Europea, l’Italia potrebbe riportare rivalersi delle sanzioni sui soggetti istituzionali inadempienti: si rischia, dunque, uno scaricabarile tra Stato, Regioni, comuni e gestori del servizio.

Le risorse per adeguarsi: la ricetta per ripartire
Le risorse necessarie stimate per le infrastrutture di acquedotto, fognature e depuratori del Paese ammontano a 66 miliardi di euro, spalmati in 30 anni. Investimenti che produrrebbero un effetto occupazionale stimabile tra 150 e 200 mila addetti, anche attraverso l'uso dei Fondi strutturali 2014-2020. È stato stimato dall’Autorità dei Contratti Pubblici che con un miliardo di euro è possibile coinvolgere da 10 a 15 mila lavoratori in attività di medio-lungo termine.