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Bologna, l'ultimo gasometro: parla la storia

Un piccolo gioiello di architettura industriale nel cuore della città, all’interno della sede di Hera. Quattro passi nel passato del Gruppo, per raccontare l’Officina del Gas cittadina e gli operai che vi lavoravano.

 
L’Officina del Gas di Bologna, inizio 900 (foto Poppi)
L’Officina del Gas di Bologna, inizio 900 (foto Poppi)

Il gasometro e la città: uno skyline “industriale”
Bologna, uno skyline caratterizzato, oltre che dalle due Torri, anche da un imponente gasometro, archeologia industriale di un tempo che fu. Il tempo dell’Officina del Gas che distillava il carbon fossile, il tempo dell’illuminazione a gas e poi della metanizzazione, il tempo dei che entravano in azienda per documentare una realtà lavorativa da girone infernale, il tempo della mitica figura del gasista, che a Bologna era qualcuno.

Un po’ di storia
La prima officina del gas a Bologna venne costruita nel 1846 fuori porta San Donato. Il prodotto finale si otteneva, appunto, attraverso la distillazione del carbon fossile, che veniva poi distribuito tramite una rete di tubature sotterranee.
Nel 1862 il Consiglio comunale cittadino affidò l'appalto alla Compagnia Ginevrina dell'Industria del Gas. Negli stessi anni, l’illuminazione bolognese andava estendendosi a tutta l'area della città, dentro il perimetro delle mura, e proprio per questo motivo fu costruita una nuova officina, nel 1863, tra le porte San Donato e Mascarella. L’edificio che ospitava i forni è diventato oggi la sede principale del Gruppo Hera: totalmente ristrutturato, accoglie diverse strutture tra cui gli uffici centrali del top management.
Nel 1900 il Comune riscatta l’Officina: nasce l'Azienda Municipalizzata del Gas, la prima in Italia. Presidente è Annibale Calzoni.
Negli anni successivi, lo stabilimento fu esteso e rinnovato e vennero introdotte alcune novità tecniche. Nei primi anni del ‘900 gli operai che lavoravano all’Officina erano circa 280: un mestiere duro e pericoloso, con scarse garanzie di sicurezza scarse e alti rischi sanitari. Nel 1930 entra in funzione il nuovo gasometro ad assetto variabile, capace di stoccare 30mila mc di gas: è l’attuale “torre” che si vede dai viali bolognesi. Lo spazio occupato dal gas è limitato nella parte superiore da un grande diaframma metallico che si adatta alla quantità di gas contenuta.
L’ultimo alto forno per la distillazione dal carbone è stato spento il 7 ottobre 1960 e, per qualche anno, sono stati usati i gasometri per lo stoccaggio del nuovo gas metano. La città, infatti, cominciava ad essere allacciata alle condotte gas, prima tra i grandi centri urbani a metanizzare tutta la rete, e grandi cambiamenti tecnologici erano alla porte.
Ben presto si vide che i gasometri non erano più adatti a queste nuove funzioni, anche per via delle caratteristiche del “nuovo” gas: il metano, infatti, è privo di umidità e il rischio di perdite aumentava perché la tenuta non poteva essere più garantita dalle vecchie strutture. Negli anni ’70, dunque, si provvede a costruire nuovi impianti di stoccaggio e, soprattutto, negli ’80 si completarono le centrali nei nuovi punti di consegna per la città di Bologna (Frullo, San Sisto, Dozza).
Per un approfondimento sul tema: “Il sole qui non tramonta. L'Officina del gas di Bologna, 1846-1960”. Grafis Edizioni, 1989

Quelli che…i gasisti
Gasisti, a Bologna, detto con quella bella esse molto arrotondata e trascinata, ha sempre significato gente su cui contare, un presidio quasi sociale oltre che professionale. Erano coloro che arrivavano a leggere il contatore, a riscuotere la bolletta o a riparare i guasti, ma anche a difendere i luoghi simbolo come il Sacrario dei Caduti o Piazza Maggiore, ai tempi torridi di scioperi e cortei.
Il legame fra gasista e città è sempre stato forte, una sorta di cordone ombelicale. Sarà perché è stato il lavoro dei gasisti a dare una nuova qualità della vita ai bolognesi negli anni ‘60, quelli del boom economico. Gli anni in cui il lavoro di tanti fece riscaldare e cuocere la pasta ai bolognesi con il gas metano, evitando di continuare a usare il coke, carbone la cui polvere nera si infilava ovunque, macchiava le mani, sporcava il moccolo dei bimbi.
Dal coke al metano, anni ‘60 appunto, sembra una vita fa. Bologna fu la prima città italiana a essere metanizzata, un progetto faticoso e lungimirante portato avanti dall’allora sindaco Dozza, molto amato dai gasisti e da Enrico Mattei, presidente Eni.
Il metano in ogni casa veniva da lontano, da un’azienda che esisteva già dal 1846, dall’azienda del Comune, fatta di uomini perennemente neri, omaccioni duri ma tenacemente legati al loro lavoro, a forni che ingoiavano carbone a ciclo continuo. A forni che niente e nessuna causa ha mai fatto spegnere neppure per un minuto perché l’importante era che i bolognesi avessero sempre il servizio. Quindi erano sempre lì, a mettere il carbone dai carrellini scaricati dal treno, che arrivava praticamente dentro la sede, dentro alle grandi bocche dei forni. Lì a mettere il gas nel gasometro.
Oggi non pare vero: guardando a cosa c’era manco 60 anni fa, il salto è davvero futuristico, inimmaginabile a quei tempi. Ma la tettoia del coke, il gasometro, la vecchia officina sono ancora lì, simbolo di una stagione memorabile che ha permesso di creare Hera, l’azienda di oggi, moderna, ma sempre fortemente legata al suo territorio. Un cordone ombelicale che non è stato mai tagliato.

Dagli anni ’60 ad oggi
Il 7 ottobre 1960 è stato spento l’ultimo alto forno per la distillazione del gas dal carbone e, per qualche anno, sono stati usati i gasometri per lo stoccaggio del nuovo gas metano. La città, infatti, cominciava ad essere allacciata alle condotte gas, prima tra i grandi centri urbani a metanizzare tutta la rete, e grandi cambiamenti tecnologici erano alla porte.
Ben presto si vide che i gasometri non erano più adatti a queste nuove funzioni, anche per via delle caratteristiche del “nuovo” gas: il metano, infatti, è privo di umidità e il rischio di perdite aumentava perché la tenuta non poteva essere più garantita dalle vecchie strutture. Negli anni ’70, dunque, si provvede a costruire nuovi impianti di stoccaggio e, soprattutto, negli ’80 si completarono le centrali nei nuovi punti di consegna per la città di Bologna. Tre porte da cui arrivava il gas a Bologna, più sicure e in grado di gestire meglio eventuali emergenze o mancanze di approvvigionamento: Frullo, San Sisto, Dozza.