Logo stampa
15 anni

Dossier 3 - RifiutiDossierDossier 1 - AcquaDossier 2 - Smart CitiesDossier 3 - RifiutiDossier 4 - GasDossier 5 - TLRDossier 6 - Efficienza EnergeticaDossier 7 - Fognature e depurazioneDossier 8 - Filiere del recuperoDossier 9 - Energie RinnovabiliDossier 10 - AcquedottoDossier 11 - EnergiaDossier 12 - Acqua

Gli "speciali", maggioranza silenziosa dei rifiuti

L'80% dei rifiuti prodotti in Italia deriva dalle attività produttive. Gli scarti domestici rappresentano solo il 20% del totale. La necessità di un'impiantistica dedicata.

 
Rifiuti speciali
Rifiuti speciali

Nel sentire comune, quando si parla di rifiuti il pensiero va immediatamente alla spazzatura raccolta in casa: resti di cibo, scatolette, carta, ecc. E la stessa cosa succede quando si pensa ai servizi di raccolta che servono i cittadini, come, ad esempio: cassonetti, campane, raccolte a domicilio, porta a porta. Anche in questo caso si fa sempre riferimento solo ai rifiuti prodotti “in casa”.
In realtà i rifiuti domestici, comunemente classificati come “rifiuti urbani”, rappresentano appena il 17% del totale dei rifiuti prodotti.

Rifiuti speciali, rifiuti “invisibili” (eppure sono la maggioranza)
In Italia (dati 2009, fonte Ispra), a fronte di una produzione complessiva di rifiuti di circa 161 milioni di tonnellate, sono solo 32 quelli provenienti prevalentemente da utenze domestiche e oltre 128 invece i rifiuti cosiddetti speciali, ovvero gli scarti prodotti dal complesso delle attività produttive: industrie, depurazione delle acque di scarico, costruzioni, commercio e servizi, sanità e bonifiche. Parliamo dunque, ad esempio, di fanghi, di qualsiasi scarto di lavorazione, di calcinacci derivanti da demolizioni e così via. In Emilia-Romagna gli speciali sono stati circa 12,3 milioni di tonnellate, mentre quelli urbani, nello stesso anno, si sono attestati sui 2,9 milioni.
I rifiuti speciali, dunque, nonostante rappresentino l’80% del totale, nell’immaginario collettivo diventano spesso “invisibili”, probabilmente perché non vengono “toccati con mano” nelle cucine e nei tinelli di milioni di italiani, mentre un cassonetto o il contenitore stradale per la raccolta differenziata è sempre sotto gli occhi di tutti, è più semplice averne un’opinione. Un altro motivo di questa “invisibilità” risiede probabilmente nel diverso trattamento che la legge riserva alle due categorie di rifiuti. I rifiuti urbani tal quali devono necessariamente essere trattati ed eventualmente smaltiti nell’ambito della provincia o della regione in cui vengono prodotti, a costi predeterminati per il cittadino dalle autorità di pianificazione (AATO) attraverso tariffe (Tia) o tasse (Tarsu). I rifiuti speciali invece possono essere smaltiti a libero mercato. Le aziende possono cioè scegliere di rivolgersi per lo smaltimento all’operatore che meglio risponde alle loro esigenze, anche dal punto di vista economico.

Una rete impiantistica dedicata
Se quindi i servizi di raccolta differenziata possono essere applicati alla gestione dei rifiuti urbani, per il trattamento degli speciali occorrono risposte più articolate. Prima fra tutte la presenza sul territorio di impianti dedicati al loro corretto trattamento e smaltimento.
Si tratta, ad esempio, di piattaforme ecologiche, dove i rifiuti vengono separati e raggruppati per materiali omogenei che vengono poi avviati agli specifici impianti di trattamento, di impianti chimico-fisici e biologici, dove i rifiuti liquidi e fangosi vengono trattati per separare quanto più possibile la parte liquida da quella solida (ridotta poi di volume e smaltita) e abbattere le sostanze inquinanti, di impianti di inertizzazione che rendono innocui i rifiuti che hanno concentrazioni elevate di metalli pesanti, termovalorizzatori, per trasformare in energia tutto ciò che non è recuperabile o non può essere smaltito in altra maniera.

La cronica carenza di impianti italiana premessa allo smaltimento illegale
In Italia, purtroppo, la rete impiantistica dedicata allo smaltimento di questo tipo di rifiuti non è sufficientemente dimensionata per trattare adeguatamente le quantità prodotte. E così i rifiuti speciali, in larga parte, vengono ancora oggi smaltiti in discarica senza alcun trattamento che ne abbatta l’impatto ambientale. L’insufficiente dotazione impiantistica comporta spesso l’ “emigrazione” di questi rifiuti lontano dal luogo di effettiva produzione, in molti casi anche all’estero, dove esistono (soprattutto nell’Europa centro-settentrionale) impianti adeguati al loro trattamento e valorizzazione. E questo purtroppo sposta fuori dal territorio un indotto economico che invece potrebbe creare reddito e posti di lavoro.
E questo nella migliore delle ipotesi, perché tali migrazioni di spazzatura industriale ingrassano anche il mercato dello smaltimento illegale, ad esempio attraverso il conferimento in discariche gestite dalla malavita organizzata, che offrono alle imprese costi di smaltimento inferiori rispetto alle filiere di trattamento legali, ma senza alcuna tutela dell’ambiente e della salute, compromettendo quindi irrimediabilmente la qualità della vita e il patrimonio naturalistico di vaste aree del Paese.

L’Emilia-Romagna, per quanto riguarda la parte servita da Hera, vive una situazione ben diversa ed è uno dei pochi territori in Italia al riparo per i prossimi decenni dal rischio di emergenze ambientali. Questo grazie alle scelte effettuate negli anni e agli investimenti realizzati prima da Hera e poi da Herambiente, la società del Gruppo che si occupa di smaltimento e trattamento dei rifiuti e che rappresenta il primo operatore nazionale in questo settore.