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Anni '70: il teleriscaldamento arriva in Italia

In Europa il ricorso a questa tecnologia è maggiore, ma sta crescendo gradualmente anche in Italia. E il merito va a una normativa, nazionale ed europea, che incentiva l’energia rinnovabile

 
Centrale Tlr Hera a Ferrara
Centrale Tlr Hera a Ferrara

Anni ’70 e ‘80’: il teleriscaldamento sbarca nelle grandi città italiane
Il teleriscaldamento fa capolino in Italia negli anni ’70. E proprio sul territorio di Hera, a Modena (quartiere Giardino), è nata nel 1970 la prima rete italiana. Un intervento realizzato dal Comune, che ha affidato in gestione il servizio all’azienda AMCM poi confluita in Hera. A stretto giro, è arrivata anche Brescia, nel 1971, con un progetto all’avanguardia a livello internazionale, che oggi serve il 70% degli edifici (residenziali e lavorativi), grazie principalmente alla centrale di produzione del calore che utilizza come combustibile i rifiuti. Insieme a Brescia, altro esempio importante di sviluppo del Tlr su suolo italiano è Reggio Emilia. Nella città del Tricolore, il “tele” nasce nel 1981 e oggi  circa la metà delle case dei suoi cittadini sono tele riscaldate, compresi quelle del centro storico. Anche a Torino il teleriscaldamento viene utilizzato fino dagli anni ’80 e oggi vi è allacciato il 55% dell’intera popolazione, facendone la città più teleriscaldata d’Europa.
L’interesse verso questo tipo di tecnologia è poi cresciuto negli anni, coinvolgendo anche centri urbani di piccole e medie dimensioni.

In Italia risparmiate ogni anno circa 1 milione 323 mila tonnellate di anidride carbonica
Al 2011 le città italiane che utilizzano questa tecnologia sono 104, concentrate principalmente nel Nord Italia in sei regioni (Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta).
Nel 2011, secondo gli ultimi dati disponibili, la volumetria allacciata equivale a circa 1.084.000 appartamenti di medie dimensioni, con 2,6 milioni di abitanti serviti e un risparmio annuale, rispetto ai sistemi convenzionali termici ed elettrici, di circa 1 milione e 323 mila tonnellate di anidride carbonica e di circa 405 mila Tep (Tonnellate equivalenti di petrolio).
Nonostante questo incremento, però, (dal 2000 al 2011 si parla di un aumento della volumetria allacciata del 122%) il teleriscaldamento in Italia oggi copre solo il 4% del fabbisogno di riscaldamento complessivo. Si tratta di una percentuale ancora troppo bassa rispetto alle più avanzate esperienze europee come la Danimarca, dove si raggiunge il 61%. Tra le cause che hanno portato a una certa arretratezza da parte dell’Italia ci sono anche gli ingenti investimenti richiesti dal Tlr alle aziende, che prevedono tempi di rientro piuttosto lunghi.

Grazie all’Europa, entro il 2020 il Tlr in Italia potrebbe raddoppiare
Nonostante i ritardi, la normativa, sia italiana che europea, ha fatto diversi passi in avanti a favore del teleriscaldamento. Per esempio, nel Piano d’azione nazionale per le energie rinnovabili previsto dall’Unione Europea, è richiesto che l’Italia, al 2020, copra con il loro utilizzo almeno il 17% del proprio fabbisogno energetico complessivo. In questo contesto, anche il teleriscaldamento che utilizza fonti energetiche rinnovabili gioca un ruolo di rilievo, avendo il compito di evitare 900 mila tonnellate di petrolio equivalenti. In sostanza, più del doppio delle attuali.
Oggi le reti del teleriscaldamento non sono sempre collegate a centrali green al 100% ma, nell’attesa che lo diventino, il sistema presenta senza dubbio il vantaggio di poter recuperare del calore che altrimenti andrebbe sprecato, evitando le emissioni inquinanti derivate da altri sistemi tradizionali di riscaldamento.
Oltre ai benefici ambientali, non è poi da sottovalutare il contributo all’economia che potrebbe venire dallo sviluppo di reti di teleriscaldamento. Secondo uno studio dell’Associazione Europea per lo sviluppo del teleriscaldamento (Euroheat & Power), potrebbe creare 220 mila posti di lavoro: una cifra considerevole, nel quadro della crisi generale in cui versa il vecchio continente.